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Bruni: «L’impresa è luogo di lavoro, ma anche di virtù civili»

Marco Dotti
Siamo in un momento rivoluzionario della vita in comune. Dobbiamo attrezzarci per pensare in profondità le ragioni dei grandi cambiamenti in cui siamo coinvolti. A partire dal lavoro. Un dialogo con l'economista Luigino Bruni.
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Ogni impresa vive grazie al suo capitale etico e spirituale. Un capitale che coincide con la capacità di porre al centro l’uomo e le sue relazioni. L’impresa, spiega l’economista Luigino Bruni, membro del Comitato scientifico di Relazionésimo, è il luogo che più di ogni altro ha bisogno di virtù civili condivise e di una mediazione complessa sui temi della formazione, della compartecipazione e del lavoro. Solo includendo il valore della relazione in quello del lavoro possiamo riaprire un dialogo con le nuove generazioni. Generazioni che all’impresa chiedono molto di più di un lavoro o di un contratto. Chiedono visione e condivisione di valori. Chiedono un senso complessivo del fare e dello stare insieme.

Negli Stati Uniti il fenomeno è noto come “Great Resignation” e, da tempo, si pone come punto interrogativo a cui sociologi ed esperti di politiche del lavoro non sanno dare risposta. In Italia, il numero di rapporti di lavoro cessati nei primi nove mesi del 2022 ha raggiunto il picco di 1,6 milioni, con un incremento del 22% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.  Dietro questi numeri c’è, però, un dato controintuitivo; l’uscita volontaria dal lavoro si registra prevalentemente tra i professionisti maggiormente qualificati. In particolare, ingegneri, informatici, architetti, chimici, ma anche periti, tecnici e operai specializzati. Forse le radici di questa scelta sono più profonde di quanto crediamo? 
Quello della “Great Resignation” è un fenomeno complesso, di cui ancora fatichiamo a cogliere origine e portata. Alcuni elementi del fenomeno però, sono chiari. Un primo elemento, su cui si riflette poco, è il fatto che la società post-gerarchica, nella quale siamo entrati da qualche decennio, ha cambiato anche forme e modi del lavoro. Fino a qualche decennio fa, quando un giovane diventava adulto entrava in un mondo ordinato, anche sul lavoro. Ognuno aveva dei ruoli relativamente stabili nelle organizzazioni. Ruoli certamente riconosciuti e riconoscibili. Entrando in questo mondo ordinato, facilmente interpretabile nei suoi tasselli fondamentali, veniva quasi naturale trovare una propria posizione nel mondo attraverso il lavoro. In un mondo post-patriarcale questo ordine non è più né scontato, né ovvio: la dipendenza dalle gerarchie e il riconoscimento dei ruoli è rimesso in discussione giorno dopo giorno. Non c’è stabilità nel sistema e in un sistema del genere è come se la nostra posizione dovesse essere riconquistata ogni giorno.  

Dico “come se dovesse” perché, nonostante questi cambiamenti, il mondo ha ancora bisogno di gerarchie e ruoli. Ebbene, lavorare in un mondo cambiato, che ha stravolto le gerarchie, ma al tempo stesso continua ad averne bisogno, è terribilmente difficile. Questa difficoltà non va analizzata sul piano soggettivo, ma va resa esplicita su quello oggettivo. In particolare – e qui vengo a un secondo elemento del fenomeno di cui parliamo – all’interno della vita delle organizzazioni, in particolare dell’impresa, i giovani fanno molta fatica ad inserirsi. I primi anni di lavoro, in particolare, sono i più faticosi perché l’impresa è un’organizzazione che ha ancora bisogno del principio gerarchico per funzionare, ma… in un mondo che ha completamente cambiato peso, forza e persino forma alla gerarchia.  Mentre le nostre organizzazioni si strutturano e funzionano ancora in modo verticale, il mondo, soprattutto giovanile, è cambiato in direzione sempre più orizzontale. È inutile negarlo: esiste un disagio nel percepirsi all’interno di organizzazioni formali. Un disagio che dobbiamo riportare alle radici profonde di quelle organizzazioni. 

Le imprese, in tutto questo, soffrono ma ancora non riescono a trovare la chiave per istituire una relazione nuova con queste generazioni. Perché?
Le imprese vivono di virtù etiche costituite nelle passate generazioni. Virtù fatte di sacrificio, dedizione, coordinamento, gestione delle frustrazioni, risoluzioni dei conflitti. I nostri genitori si portavano dietro questi valori che si allineavano e si integravano con i valori comuni della religione, delle idee e della pietà popolare. C’era un tessuto di valori etico-civili che le imprese contribuivano a formare ma dal quale erano, a loro volta, formate. Oggi non è più così e il capitale etico, spirituale e culturale accumulatosi negli ultimi due secoli si va esaurendo. La grande fragilità delle nuove generazioni, che fanno fatica a gestire la diversità e la complessità, si riverbera sull’impresa. Impresa che a sua volta diventa fragile, vulnerabile, e non riesce a intercettare i bisogni profondi delle nuove generazioni. Bisogni che sono sì di formazione, ma anche di relazione. Di stipendio, ma soprattutto di senso. Che senso ha, per me, come visione complessiva dello stare al mondo, lavorare in quell’impresa? Qual è il mio allineamento spirituale, intimo, vitale rispetto ai valori dichiarati da quell’impresa?  

È un altro paradosso…
Forse è il paradosso più evidente: l’impresa, infatti, è uno dei luoghi che più ha bisogno di virtù civili condivise e di allineamento. Ha bisogno, per funzionare, di persone che sanno cooperare e condividere, innovare e agire collettivamente e individualmente. Per cooperare, innovare e agire c’è bisogno di virtù, ma al contempo si sta esaurendo il patrimonio di virtù passate su cui, anche inconsapevolmente, le imprese si reggevano. Mentre il patrimonio comune e generale di virtù civili si sta esaurendo, le imprese fanno fatica a ricostituirlo dal loro interno.   

Anche il dibattito sul fatto che l’offerta di lavoro non incontri la domanda risulta in qualche modo viziato da una lettura sbagliata?
È viziato dal fatto di considerare il lavoro come una merce omogenea, mentre non lo è più. Il lavoro ha bisogno di una mediazione complessa. Senza questa mediazione complessa sarà sempre più difficile che le imprese trovino lavoratori e, al tempo stesso, crescerà sempre più il disagio dei lavoratori.  

Che fare, dunque?
La relazione è la chiave di volta. C’è da innescare un meccanismo virtuoso, mettendo in relazione operosa lavoro e vita, impresa e territorio, formazione e costruzione di nuove virtù civili. In termini concreti, gli studi più avanzati mostrano come le persone che vivono meglio la relazione di lavoro, anche in un mondo sfaccettato e complesso, sono quelle che vengono messe in condizione di accrescere il proprio sapere e percepiscano una dimensione umanistica e valoriale forte all’interno dell’impresa. In altri termini, sono lavoratori che percepiscono che la dimensione del cambiamento è possibile, anche per loro, verso l’alto e non verso il basso.  

Siamo in un momento rivoluzionario della vita in comune. E nella vita in comune rientrano ovviamente il lavoro e le imprese. Dobbiamo attrezzarci per pensare in profondità le ragioni dei grandi cambiamenti in cui siamo coinvolti. 

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