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«Dall’imprenditoria alla società rimettiamo la comunità al centro»

Al cuore dell'economia c'è l'idea che le aziende sono composte da persone. Il loro benessere è cruciale per il successo imprenditoriale. Relazionésimo propone un approccio incentrato sull'uomo, invitando gli imprenditori a considerare gli individui dietro e oltre il prodotto finale. Questo concetto si traduce in pratiche concrete, come la creazione di un ambiente lavorativo che mette al centro le relazioni e la comunità e un forte sviluppo del capitale relazionale.
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«Occupa un terzo, se non di più, della nostra esistenza. Ha intensità, forme e ispirazioni diverse. Può essere amato, odiato, cercato o perduto, offerto o sottratto, ambito o scansato. Un punto di arrivo oppure di partenza. Stiamo parlando di lavoro». Inizia così il lungo articolo che Chiara Roverotto ha scritto per il Giornale di Vicenza, intervistando Ketty Panni, Presidente di Relazionésimo

Lavoro significa impresa. Impresa significa economia. Ma al centro di tutto c’è l’uomo e la cura delle relazioni. Proprio questo è l’obiettivo di Relazionésimo: riportare l’uomo al centro.

Come?  Scrive Roverotto: «Occhi puntati sui giovani, sulle relazioni, su un modo alternativo di fare impresa. Ne nasce un progetto, “Relazionésimo”. Da tempo fa parte del linguaggio comune: in pochi anni è riuscito a proporre festival, Expo in Fiera, una mostra in Basilica palladiana sulla Proporzione aurea.  

E, ancora, incontri, conferenze con autori, musicisti, artisti. Focus che cambiano, ma la sostanza resta: offrire alle imprese e alla società una marcia in più composta da conoscenza, tempo, relazioni, modelli partecipativi differenti e alternativi. Si parte da un concetto: le aziende sono composte da persone e senza di loro il prodotto non esce. In sostanza: meglio fai vivere gli individui e maggiori risultati avrai. Dove siamo? In viale dell’Industria 67 a Vicenza , sede di “Beate Vivo Farm” srl.   Piccoli uffici vista sul cielo industriale, arredi dove i colori tenui si notano. Grandi tavoli e molte sedie».  

Leggiamo l’intervista pubblicata domenica 17 dicembre 2023.

Ketty Panni che cosa si fa qui dentro? 
Credo che il mondo del profitto abbia tutti gli strumenti per prendersi cura del bene comune. O lo facciamo ora o saremo finiti. Mi rendo conto che si tratta di un investimento a lunghissimo termine. Ma qualcuno deve iniziare.  

Scusi, ma Ketty nasce dalla canzone? 
Certamente. Dai Pooh e dai miei genitori. L’hanno scelto bene il nome: con la K e la y finale, come doveva essere.  

Un segno?
Sono nata prematura, le mie zie mi dicono che ho dimostrato caparbietà fin dall’inizio. Però, in chiesa il sacerdote mi ha battezzato con il nome di Caterina, allora non si usavano questi nomi. Ma nei documenti sono Ketty.  

Lei ha lasciato un’azienda per occuparsi di relazioni: è pentita?
Per nulla. Anzi, sono sempre più convinta. In questi anni mi sono confrontata con artisti, scienziati, autori, ed ho imparato molto. Non potrei tornare indietro. 

La cultura ci salverà?
Le relazioni ci salveranno. 

Lo dicono tutti.
Certo, ma noi cerchiamo di trovare una strada per comunicare questo concetto. 

Come?
Il denaro deve tornare ad essere uno strumento e non un obiettivo. 

In che pianeta siamo?
In viale dell’Industria, 67. In questi due anni è come se avessi frequentato una scuola che non esiste. Ma c’è nella mia testa, in quella di Ombretta e dei nostri collaboratori. La vera ricchezza è trovare il medico al Pronto soccorso, sicurezza se faccio una passeggiata.  

Ha letto Karl Marx?
No, non ho studiato molto. Sono una ragioniera. Ma ho una caparbietà che arriva dalla terra. Se voglio arrivare da qualche parte non mi ferma nessuno. Anche se confrontarsi con menti elevate non è semplice. 

Si spieghi.
Ombretta Zulian ed io riceviamo degli input che poi traduciamo in azioni. Quando Mauro Magatti, presidente del comitato scientifico di Relazionésimo, parla di città delle relazioni ed indica una polis in cui è finalmente possibile rinsaldare il patto civico, dando nuova forza a virtù sociali come la fiducia, il rispetto, la reciprocità, noi cerchiamo di imprimere un percorso che ha come obiettivo la ricerca di “minimo comune denominatore” in cui riconoscersi reciprocamente.  

Come lo traduciamo nell’impresa?
Un imprenditore deve avere una visione perché i tempi sono sempre più veloci e fluidi. Tutto accade in fretta. Noi abbiamo un patrimonio imprenditoriale prezioso, solido. Però non possiamo restare chiusi dentro i feudi, come si sosteneva in altri tempi. Ora potrei dire all’interno di silos, nei capannoni. Dobbiamo andare oltre. 

Cioè?
Investire sull’uomo, rimetterlo al centro del racconto. Lo abbiamo perso in questi anni, abbiamo pensato ad altro. 

Torno a chiederle, si spieghi.
Se qualcuno che lavora all’interno di un’azienda e decide di andarsene, trova un posto migliore, significa che io, come imprenditore, non l’ho capito, compreso. Non sono stato in grado di metterlo al centro della mia operatività. Quello che chiediamo agli industriali è di raccontarsi in quei 99 centimetri che ci sono dietro il prodotto finale. Perché lì ci sono tutti gli elementi che fanno rete, comunità. Che danno un valore aggiunto alla produttività. 

Riscontri?
Dagli amministratori molti: abbiamo aperto l’Expo di Relazionésimo con 240 relatori, l’Anci e 80 convegni.  

E nell’impresa?
Non molti. Il concetto che deve passare è questo: se un imprenditore vuole avere una visione che cosa fa? Si deve mettere in relazione e prendersi cura. E si deve mettere in contatto con chi fa lo stesso lavoro; deve mettere la sua conoscenza ed esperienza per creare la consapevolezza della comunità. Altrimenti rimane nel feudo e, intanto, a valle il mondo cambia.  

Ma che timori ha?
Che spariscano le aziende, che vengano vendute al miglior offerente. La bellezza che abbiamo creato deve essere replicata. Non ci si può smarrire nella stanchezza. Relazionésimo è una chiave di crescita. 

Capita?
Stiamo lavorando sodo per questo. 

Che cosa chiede?
Idee, proposte, soldi, tempo. Il fare squadra coniugato, non solo enunciato. Non basta creare palestre nelle fabbriche o aree di socialità se poi i dipendenti preferiscono lo smart working. Va ripensato il processo.  

Come ha fatto Luxottica, tagliando sui giorni lavorativi?
Non credo sia questa la conquista. Bisognerebbe leggere la contrattazione di secondo livello per capire in che cosa consiste il progetto. Mi chiedo sempre: dov’è l’essere umano? In quale parte della catena produttiva lo mettiamo? Per noi resta centrale. Sempre. Con tutte le relazioni che ne derivano: scuole, servizi e ciò che appartiene alla polis.  

Ma ci sono imprenditori che vi seguono in questo percorso?
L’imprenditore veneto è attendista di natura. Valuta se il modello funziona, se gli permette di creare economia, poi eventualmente si adegua. Avere tanta ricchezza sul conto corrente fa parte della sua mentalità anche se non ne gode. Ecco perché la nostra strada è ancora lunga. Però ci stanno contattando molti imprenditori da fuori regione, evidentemente colgono meglio il nostro messaggio. 

Altri progetti?
Relazionésimo diventerà una fondazione. Porteremo avanti il brand. Dobbiamo far crescere e ascoltare una generazione. 

La mostra in Basilica come è andata?
Molto Bene. Dall’1 ottobre al 10 dicembre con la mostra e gli eventi abbiamo mobilitato 20 mila persone, con un forte incremento negli ultimi giorni. Come se fosse stata scoperta alla fine. In Basilica per vederla sono entrate 10 mila persone. Altre città ce l’hanno chiesta, forse è stata capita di più fuori. Stiamo valutando. 

Giovani?
3500 ragazzi, 350 docenti. 160 classi del Vicentino, circa 2000 studenti, e 130 del Veneto. Abbiamo ricevuto messaggi da amministratori e docenti. Tutti positivi.  

È su di loro che si deve investire?
Su questo non ci sono dubbi. Dobbiamo crescere una generazione consapevole oppure siamo persi. Per questo abbiamo pensato alla mostra.  

Consapevole?
Certo. E aggiungerei pronta ai cambiamenti. La prima emergenza di questo Paese è la scuola. Gli immigrati ci costruiranno le case, abbiamo bisogno di loro. Ma i giovani ci faranno crescere. 

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