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Luigino Bruni: «Luca Pacioli e la via italiana al capitalismo»

di Marco Dotti
Il francescano Luca Pacioli (1445-1517) ha segnato la storia dell'etica mercantile e della tradizione contabile italiana. Le sue opere si possono ammirare visitando la mostra "La proporzione aurea" organizzata a Vicenza da Relazionésimo e raccontano una storia molto diversa del capitalismo
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All’origine c’è un incontro, un dialogo, una relazione, uno scambio e c’è un capitalismo diverso, molto diverso da quello dell’Europa del Nord. È un capitalismo meridiano, come lo chiama l’economista Luigino Bruni. Membro del Comitato scientifico di Relazionésimo, Bruni ci offre alcune chiavi di lettura per avvicinarci a Luca Pacioli, una delle figure apicali che contribuì, con i suoi libri e la sua influenza culturale, a rendere operativa quell’etica mercantile che guardava al profitto con altri occhi rispetto a quelli dello speculatore e definiva la felicità dell’intraprendere e del fare lecitamente affari come capacità di muoversi in un spazio attento alla comunità.

Proprio a Luca Pacioli e ai suoi libri è stata dedicata l’esposizione che, a Palazzo Cordellina della Biblioteca Bertoliana di Vicenza, Relazionésimo ha organizzato in relazione con la mostra La proporzione aurea. Mostra che si è tenuta a Vicenza dal 1° ottobre al 10 dicembre 2023 presso la Basilica Palladiana.

Il mercato e lo spirito

«In un’economia senza lo spirito delle persone, lo spirito delle cose diventa il solo soffio che riusciamo a sentire nella nostra società di mercato». Sono parole tratte dal suo ultimo libro, Capitalismo meridiano. Alle radici dello spirito mercantile tra religione e profitto (Il mulino, 2022). Professor Bruni, ci aiuti a tracciare una definizione questo capitalismo “altro”, che si sviluppa in un periodo cruciale della nostra storia…
Se è vero, come ci ha mostrato Max Weber, che il capitalismo nasce da uno spirito, questo significa che il capitalismo dipende dallo spirito che lo ispira. Quello samurai dei giapponesi non è quello confuciano cinese, e lo spirito protestante degli olandesi e nordamericani non è quello cattolico e latino.

 

la copia del Divina proportione (1509) di Luca Pacioli esposta a Palazzo Cordellina di Vicenza

Lo spirito è anche daimon dei luoghi, il Genius loci. Lo spirito del capitalismo è, dunque, anche questione di storia, oltre che di geografia. Lavorare, produrre, consumare sotto le Alpi non è mai stato identico a quanto accadeva sopra le Alpi; perché le tradizioni etrusche, picene, latine, e poi longobarde e arabe hanno lasciato un’impronta anche all’economia, vestigia più comunitarie che individualistiche, più legati alla cultura della vergogna che a quella della colpa, più gerarchica e mano ugualitaria, più politeista e amanti di semidei e santi di quanto non avveniva nei paesi nordici.

I latini erano cattolici prima di essere cristiani, perché forte era l’eredità classica mediterranea. Tutto questo non è solo passato ma sono radici dell’albero, e le radici sono il presente di una pianta. L’Italia deve riconnettersi e riconciliarsi con le proprie radici, che non solo superstizione e mafie varie: nelle radici c’è anche il monachesimo. Ci sono Dante, Francesco, Cotrugli e, appunto, Luca Pacioli.

Frati e mercanti alle origini di un altro capitalismo

Qual è il ruolo di frati e mercanti nello sviluppo di questo spirito “meridiano” che definisce il capitalismo italiano?
Un ruolo enorme: i frati e prima i monaci hanno davvero fatto l’Europa per oltre un millennio. Lo hanno fatto in rapporto sinergico tra di loro e con i mercanti. L’alleanza tra i frati e i mercanti italiani del centro-nord fu decisiva per la nascita dell’economia moderna. I frati, confessori e amici dei mercanti cittadini, li capirono e si resero conto che tanti divieti su usure e profitti erano faccende per studiosi che vivevano nelle biblioteche ma che non aveva mai messo piede in una compagnia di mercanti vera. Un paradosso, ma capace di dare grandi frutti: i francescani, alieni al denaro, che diventano esperti di monete e di mercati. Un paradosso tra i più generativi della storia europea.

Scrittura contabile redatta col metodo della “partita doppia” esposta in mostra a Palazzo Cordellina di Vicenza

C’è un rapporto tra esperienza e morale, vita pratica e sentire civile che emerge da questa linea e che, in qualche modo, anche l’opera di Luca Pacioli, con la sua attenzione per la divulgazione e per il mondo dei mercatanti, attesta?
I francescani erano, per vocazione, alieni dal denaro, non praticavano gli affari per se stessi. Questa distanza morale fu terapeutica, perché consentì loro di studiare moneta e denari per i bene comuni. Ogni studio serio richiede questa distanza, che nei francescani, Luca Pacioli incluso, fu enorme ed enormi furono i risultati. Crearono una dimensione civile del capitalismo.

Luca Pacioli, Summa (1494), esemplare esposto a Palazzo Cordellina di Vicenza

Nella Summa de arithmetica (1494), una sorta di enciclopedia dove coniuga matematica “dotta” e “pratica”, Pacioli offre una trattazione e una sistematizzazione del metodo veneziano, che noi conosciamo come partita doppia. Benché non si debba a lui la scoperta di un metodo, il Tractatus de computis et scripturis, contenuto nella Summa, è forse la prima edizione a stampa sulla tenuta dei libri contabili. Questo elemento, unito all’uso del volgare, ha fatto della Summa uno dei libri più diffusi del suo tempo. 
Scrive Pacioli, rivolgendosi al mercante: «Sappi che di tutte le partite che tu harai poste in lo giornale, al quaderno grande te ne convien sempre fare doi, cioè una in dare e l’altra in havere perché lì si chiama debitore per lo Per e lo creditore per lo A, commo di sopra dicemmo, ché dell’uno e dell’altro si deve da per sé fare una partita, quella del debitore ponere alla man sinistra, e quella del creditore alla man dextra, e in quella del debitore chiamare la carta dove sia quella del suo creditore, e così in quella del creditore chiamare la carta di quella dove sia el suo debitore; e in questo modo sempre vengano incattenate tutte le partite del ditto quaderno grande, nel quale mai si deve mettere cosa in dare che quella ancora non si ponga in havere, e così mai si deve mettere cosa in havere che ancora quella medesima con suo ammontare non si metta in dare. E di qua nasci poi al bilancio, che del libro si fa nel suo saldo: tanto conviene che sia el dare quanto l’avere».

Luca Pacioli e la grandezza della contabilità italiana

Quanto la partita doppia, come “regola di equilibrio” contabile, rientra nella più ampia e articolata riflessione del pensiero francescano sull’economia e il mercato?
Nel Duecento e nel trecento italiano, soprattutto toscano, esistevano già i libri contabili, in particolare il “libro segreto” (quello cioè degli interessi sui dividendi, e dei depositi di ogni singolo socio della compagnia), ma anche nel “Libro della ragione”, che conteneva le voci di “dare et habere” e i conti mastri – da cui deriva “ragioneria”. Va notato, per il nostro capitalismo, che il conto per Dio era trattato come un qualsiasi conto ordinario, tenuto esattamente come gli altri conti dei soci, come ci ha mostrato Armando Sapori nei suoi studi sui mercanti toscani.

Una sorta di terza colonna, dunque, accanto al dare e all’avere?
Nel Libro della ragione si parla della “parte di Messer Domeneddio”, così come altrove si parla della “parte di Messer Ridolfo”, di “Messer Nestagio” e via dicendo. Nel bilancio del 1312, «i poveri ricevettero lire 661, quanto cioè Cino di Boninsegni che aveva due parti della compagnia» (Armando Sapori, Mercatores, Milano 1941). Si teneva conto di questo “altro”, che era esattamente lo Spirito che animava il fare del mercante.

Pacioli che ruolo ha avuto per la crescita di questo capitalismo meridiano, civile?
Pacioli fu prima di tutto un grande umanista, non solo un matematico. Il suo passaggio nel mondo della contabilità d’impresa su decisivo per dare dignità a quei libri di uomini pratici, sistematicità e rigore. Non fu l’inventore della ragioneria, né della contabilità aziendale: ma con la sua mano e mente d’oro toccò questi argomenti e li fece diventare d’oro. Fu il “re Mida” della tradizione contabile italiana, che era già grande e nobile ma che con Pacioli divenne grandissima e nobilissima.

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