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Adolfo Urso: «Il Made in Italy e la sfida delle relazioni»

Marco Dotti
L'Italia, spiega a Relazionésimo il Ministro del Made in Italy, «può vantare un patrimonio di idee, una storia millenaria, una tradizione impareggiabile una creatività in settori come la moda, il turismo, la cucina, l’artigianato di pregio, che non possono essere dispersi ma vanno viceversa valorizzati al massimo»
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La sfida che attende il nostro Paese è ripensare il modello del Made in Italy nell’ottica del valore delle relazioni il nostro Paese. L’impresa, come luogo del fare e del saper fare, è tra i soggetti chiamati a investire in questo cambiamento. Ne parliamo con il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.

Il capitale intangibile è sempre più determinante per la competitività delle imprese. Che ruolo gioca l’intangibile nel piano Made in Italy?

Un ruolo centrale. Il nostro provvedimento sul Made in Italy punta, infatti, non solo a spingere e promuovere le eccellenze del nostro Paese ma vuole rimettere al centro il sapere, l’esperienza, il gusto, di chi tutti i giorni dà vita a queste eccellenze. Un capitale inestimabile che un Paese come il nostro deve saper tutelare e far conoscere. Un aspetto che abbiamo tenuto ben presente anche nella trasformazione del nome del nostro dicastero: da ministero dello Sviluppo economico a ministero delle Imprese e del Made in Italy. Un cambiamento non solo lessicale ma che fa capire che la stella polare della nostra azione è proprio quella di mettere le imprese del Made in Italy, con il loro bagaglio di conoscenze, con i loro marchi noti e apprezzati in tutto il mondo, al centro della vita economica della nazione. 

Possiamo pensare che la dimensione culturale e intellettuale pesi quanto quella produttiva in questa specificità italiana?
Sono ambedue importanti. Ma certo l’Italia può vantare un patrimonio di idee, una storia millenaria, una tradizione impareggiabile una creatività in settori come la moda, il turismo, la cucina, l’artigianato di pregio, che non possono essere dispersi ma vanno viceversa valorizzati al massimo. Questo è il nostro Made in Italy, su questo vogliamo puntare per realizzare quella rivoluzione industriale che è al centro dei nostri programmi 

L’idea di Made in Italy per anni è stata pensata in chiave conservativa e difensiva. Mi sembra si sia invertita la rotta e si cerchi – oltre alla necessaria tutela – di accelerare anche sulla fase propositiva: il Made in Italy come traino complessivo, come dimensione sistemica di un’economia che va oltre il prodotto… è così?
Esattamente. Come ho detto l’idea di Made in Italy deve diventare la locomotiva della nostra economia. Non è una visione limitata e anti-storica specie in un momento in cui la globalizzazione mostra sempre più chiaramente i suoi limiti. È viceversa il modo per imporre nel mondo le nostre eccellenze e trasformarle nel volano della nostra crescita. Crescita che deve puntare su prodotti competitivi ma soprattutto sul bello, sul buono e sul ben fatto. Terreni su cui l’Italia è maestra. Solo così possiamo pensare di affrontare le sfide sui mercati globali. Il Made in Italy è il vero cambiamento.  

Innovazione e impresa, arte e cultura. Possiamo finalmente collegare questi punti in un disegno complessivo che ci faccia parlare di un nuovo rinascimento italiano?  Un disegno dove l’uomo e il suo intraprendere sia rimesso al centro?
Questa è la nostra scommessa. Mettere insieme tradizione e innovazione, il nostro patrimonio artistico e culturale con il tessuto di impresa e i nostri distretti per dar vita proprio a un nuovo Rinascimento. Ricordo che il Made in Italy come tale, questa capacità creativa dell’ingegno italico, è nato e si è evidenziato proprio durante il Rinascimento, quando la persona è stata messa al centro dell’azione, quando con la sua creatività, col suo ingegno interagiva con la sua comunità. Ecco: questa è l’essenza della nostra nazione, è questa la natura del Made in Italy che oggi, con la crisi della globalizzazione senza limiti e regole, può farci più forti perché proprio in epoche come queste riemergono la centralità delle comunità e i suoi saperi. 

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