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Ascoltami Parlami: la relazione “con” le nuove generazioni

Guido Zovico, responsabile delle relazioni territoriali e sociali di Relazionésimo, ci introduce all’idea guida delle iniziative rivolte ai giovani, al mondo della Scuola e ai suoi diversi portatori di interesse
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«Sembra la scoperta dell’uovo di colombo: i giovani ci chiedono di parlare “con” loro e non “di” loro. In una società sempre più vecchia, curva demografica docet, spesso sono gli adulti che parlano, pensano e fanno per i giovani, a volte senza essere in relazione con loro, perché “nascosti dietro gli schermi degli smartphone». E loro, dall’altra parte della barricata, «si sentono esclusi dalle opportunità e sempre più rassegnati e incompresi. Vivono in un mondo che gli è stato creato e consegnato da noi adulti. Noi che nel corso degli ultimi decenni abbiamo – progressivamente e in forma quasi impercettibile – smarrito la dimensione comunitaria e il compito di tramandare alle generazioni successive il nostro patrimonio” composto di esperienze, conoscenze e risorse, e abbiamo tolto spazio al loro protagonismo nella vita collocando i ragazzi a essere soggetti di consumo o semplici fruitori di servizi».

Guido Zovico, classe 1963, di mestiere “tessitore sociale”, attivo da più di 40 anni in organizzazioni, progetti e attività che hanno sempre avuto come scopo la creazione di valore economico e sociale condiviso nati nel volontariato, nelle imprese sia profit che del terzo settore o nella pubblica amministrazione, ha le idee molto chiare su come riallacciare le relazioni con le nuove generazioni.

«Oggi è un compito arduo e complicato – premette – perché c’è un distacco cresciuto nel tempo che non si ricuce in fretta. Anzi, è esattamente il contrario: serve molto tempo per edificare relazioni di senso, vere, sincere e vive, e ne serve pochissimo per smarrirle. Perciò è necessario individuare e proporre un cammino che abbia una precisa destinazione, un metodo basato sul co-protagonismo e sul dialogo tra generazioni e una conduzione trasparente per rigenerare un basilare rapporto di reciproca fiducia rigenerando, in loro, anche la speranza per il loro avvenire».

Ketty Panni, Ombretta Zulian e Guido Zovico si confrontano sui progetti da realizzare con i giovani

Nell’ambito di Relazionésimo ha il compito di progettare costruire e realizzare progetti che vadano in questa direzione. Qual è il punto di partenza?
Nei primi anni 80 ho avuto la fortuna di partecipare al percorso che ha dato vita al Progetto Giovani del Comune di Vicenza, una delle prime esperienze a livello nazionale. Ero attivo nell’Associazione Studenti e ci siamo trovati a confrontarci con giovani di altre associazioni che operavano in ambiti differenti, da quello culturale alla prevenzione del disagio, dai temi del lavoro a quelli dell’orientamento. Ci sentivamo protagonisti di un progetto rivolto a tutti, ci sentivamo chiamati a svolgere un “servizio” alla comunità mettendo a disposizione le nostre sensibilità, i nostri sogni facendoci interpreti dei nei nostri coetanei. Fu un’esperienza che, riletta tanti anni dopo, si basava su tre pilastri. Il primo era il diretto protagonismo nella progettazione e nella realizzazione delle attività e, di conseguenza, l’assunzione della responsabilità delle stesse. Secondo, le risorse che il Comune investiva non erano destinate alle attività delle associazioni ma queste erano chiamate a gestirle per il bene comune. Il terzo consisteva nella vera co-progettazione, stimolata da analisi sociologiche, confrontata in un forum di associazioni giovanili (gestite da giovani e non da adulti), e tradotta in attività in cui i diversi attuatori, pur con compiti differenti, si confrontavano e operavano su obiettivi comuni. Oggi, invece, l’attività pubblica applica il metodo del bando, che è tutto fuorché relazione, e che ci ha portato a vivere l’epoca che io definisco del “bandificio”.

Quindi, ne deduciamo che quel metodo sperimentato 40 anni fa, andrebbe rispolverato?
Ripreso nei fondamentali, ma reinterpretato rispetto a un tessuto sociale oggi abissalmente diverso. Perciò, non esiste una ricetta giusta se non quella di sperimentare nuove forme di generatività sociale che si fondano sulle relazioni tra le persone e su proposte evocative, convocative, contributive e generose in quella dimensione del “dare per ricevere” che Ketty Panni e Ombretta Zulian hanno fissato quando hanno lanciato la prospettiva del Relazionésimo.

“Ascoltami Parlami” è il nome dell’area di lavoro di Relazionésimo dedicata alle nuove generazioni. Da dove nasce questo nome?
Nasce dall’ascolto e dalla relazione con i giovani. La nostra prima iniziativa è stata lo svolgere due indagini sui giovani, una indirizzata a cogliere quali relazioni intravedevano con il loro futuro e l’altra per misurare l’esigenza di “staccarsi” da questo mondo frenetico, bulimico di stimoli e anoressico di relazioni personali. Mentre per la seconda ci siamo affidati all’esperienza dell’ARC dell’Università Cattolica di Milano con una ricerca condotta da Sara Sampietro, per la prima, coordinata da Luca Romano di LAN Local Area Network, abbiamo scelto, con una felice intuizione, di coinvolgere tre classi dei Licei socio economici “Quadri” e “Fogazzaro” di Vicenza e “Brocchi” di Bassano del Grappa, nella costruzione del questionario cogliendo il loro sguardo già nelle domande che hanno suggerito e che ci hanno fatto comprendere che giovani e adulti vedono due “mondi” diversi, come se indossassero occhiali che mostrano due differenti realtà del presente e rappresentazioni del futuro. Oltre agli interessanti risultati e alle utili informazioni emerse nella restituzione dell’indagine il messaggio più esplicito e provocatorio emerso da parte della GEN Z è stato quel “parlate a noi, con noi, e non di noi”.

Il “con” è la parola chiave, quindi.
Certamente. Con gli studenti abbiamo subito rilanciato un nuovo progetto che abbiamo chiamato “Vicinanza Scuola Lavoro Comunità”, un cantiere progettuale che abbiamo da poco avviato con una classe del Liceo Fogazzaro e, più avanti, con un’altra del Liceo Quadri. Ci siamo dati il compito, o lanciati la sfida, di immaginare una proposta diversa per gli attuali PCTO che “ascoltando” i ragazzi sono vissuti più come un obbligo che come un’opportunità. L’ex “alternanza” l’abbiamo declinata in “vicinanza” e alla relazione Scuola-Lavoro abbiamo integrato quella con la Comunità. Già nel linguaggio c’è un cambio di atteggiamento, significato e postura. E il fatto che gli studenti siano invitati, chiamati e convocati a immaginare qualcosa per loro, e per chi verrà dopo, sperimenta un modo per mettersi in relazione nello spirito prima descritto.

Con gli studenti e i giovani quindi, e con gli adulti?
Come adulti abbiamo il compito di ritrovarci nel “senso dell’essere adulti”, di quelli che mettono al mondo figli, forme del vivere sociale, lavoro e vita economica da interpretare nel suo significato originario di “amministrazione e cura della casa” per soddisfare i bisogni umani. Ritrovarci tra noi adulti non è facile, perché siamo cresciuti nell’epoca dell’individualismo e con diverse sfumature di egoismo, e ci siamo interfacciati con l’avvento della globalizzazione e della digitalizzazione che hanno scomposto, senza ricomporla, la dimensione comunitaria nella quale siamo stati messi al mondo. Se oggi “siamo qui” e “siamo quelli che siamo” è anche perché ne siamo noi stessi con-causa. Pertanto, il primo cambiamento sta in noi, più che nei nostri figli. E il primo cambiamento sta nel coltivare il “Valore Persona”, che poi si esprime sia sul piano culturale e civile, che nel lavoro e nell’impegno di cittadinanza sia attiva che passiva. Se da un lato è nostro compito è educare i giovani – come genitori, docenti o educatori – è altresì doveroso rieducarci noi stessi, studiando la complessità contemporanea per riprogettare una relazione educativa coerente al fine di non rischiare di predicare bene e razzolare male, come ad esempio, nel rapporto con la tecnologia.

Lo schema che riassume le dinamiche relazionali necessarie per coltivare il “Valore Persona”

Dobbiamo tornare tutti a scuola?
Dobbiamo sforzarci a dare vita a quella che oggi viene chiamata “comunità educante” dove tutti siamo parte di un progetto intergenerazionale di crescita umana, spirituale e civile e il cui approdo è “insegnare a vivere” come suggerisce Edgar Morin nel suo “manifesto per cambiare l’educazione”. Per questo serve anche la “cura dell’educare”, come ben descritto dal documento elaborato dalla filiera di organizzazioni di “Vicenza Valore Comunità” alla cui stesura abbiamo contribuito anche come Relazionésimo.

Quali altri progetti sono in serbo?
I primi si agganciano alle importanti iniziative prossime venture di Relazionésimo, l’Expo del 2024 e l’imminente percorso espositivo “La Proporzione Aurea” che si terrà in Basilica Palladiana a Vicenza, dal 1° ottobre al 5 novembre, e che rappresenta una grandissima opportunità per i giovani, per i docenti, così come per genitori e famiglie, per comprendere che un nuovo equilibrio e un’armonia per il benessere generale sono possibili. Questo grazie alla scoperta che ciascuno di noi potrà fare, di un personaggio come fra’ Luca Pacioli, vissuto tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500. Il suo “tessere” discipline diverse e l’individuazione di uno snodo relazionale tra le stesse mediate un numero matematico ha evidenziato come se quello snodo viene ben alimentato possa produrre benefici mentre, se non compreso o volutamente bistrattato, ciò non avvenga. È una storia affascinante che spazia tra la matematica e l’arte, tra le scienze naturali e quelle economiche, passando altresì per il gioco e la bellezza e che ci fa comprendere in maniera semplice e chiara che tutti siamo in relazione e tutto è in relazione con noi.

E i secondi?
Cercheremo di facilitare la nascita di percorsi che aggreghino gli adulti, ibridandone i ruoli di genitori o educatori, in attività di relazione, formazione e coprogettazione. Dobbiamo rigenerare fiducia, superare la rassegnazione e stimolare una nuova relazione con i giovani. Nell’interesse di tutti, dimostrando che sentirsi parte della comunità e investire su di essa è più bello, più utile e più vantaggioso che rimanerne fuori.

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