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Che cosa chiede la Generazione Z alle imprese?

Un recente articolo del Wall Street Journal ha riportato che i manager della Generazione Z sono meno gerarchici, più informali e più focalizzati sul benessere mentale dei dipendenti rispetto ai manager più anziani. Un cambiamento, previsto oltre sessant'anni fa da Peter Drucker, che oggi più che mai chiede di essere posto al centro del dibattito sulle organizzazioni.
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Nel 1967, Peter Drucker, spesso definito “Einstein del management”, scrisse un importante articolo per la McKinsey Quarterly. In questo testo, Drucker affermava che «qualsiasi azienda che voglia rimanere competitiva dovrà affidare incarichi importanti a persone molto giovani e in fretta».

Drucker sottolineava che la struttura demografica avrebbe costretto, nei successivi venti anni, a promuovere persone giovani a ruoli che fino a poco tempo prima sarebbero stati considerati prematuri.

Questa saggezza, seppur risalente a quasi sessant’anni fa, è sorprendentemente attuale. I dati confermano che i membri della Generazione Z sono stati promossi a posizioni manageriali più rapidamente nel 2023 rispetto al 2019, a ritmi quasi uguali a quelli dei baby boomer.

Attualmente, Gen Z rappresenta solo una piccola parte del mercato del lavoro manageriale, ma la sua presenza influenzerà profondamente il funzionamento delle organizzazioni in futuro. Un recente articolo del Wall Street Journal ha riportato che i manager della Generazione Z sono meno gerarchici, più informali e più focalizzati sul benessere mentale dei dipendenti rispetto ai manager più anziani.

L’articolo di Drucker del 1967 era straordinariamente lungimirante. Drucker aveva previsto che la gestione di medio livello richiederebbe più pensiero critico, non solo controllo delle operazioni e gestione delle emergenze. «Oggi non è difficile trovare persone per il middle management», scriveva Drucker, «ma lo sarà, perché avremo bisogno di persone pensanti anche al livello intermedio, non solo al vertice».

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