DOV’È L’UOMO?

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Le tecnologie che plasmano il nostro quotidiano – intelligenza artificiale, piattaforme digitali, biotecnologie – promettono efficienza, velocità, controllo. Ma, mentre deleghiamo a “intelligenze” non umane compiti, responsabilità, decisioni e la macchina impara a imitare linguaggi e gesti, simulando emozioni, riemerge con forza radicale una domanda: che cosa resta dell’uomo? Che cosa resta dell’uomo quando una parte crescente delle sue qualità è delegata ai sistemi tecnici?

Il pensiero di Abraham Joshua Heschel

Abraham Joshua Heschel (1907-1972), rabbino, teologo e filosofo ebreo di origine polacca, emigrato negli Stati Uniti per sfuggire al nazismo, è stato uno dei più attenti nel predire ciò che stiamo vivendo. Formatosi nella tradizione chassidica e nella fenomenologia europea, Heschel ha dedicato la sua opera a rivendicare la dimensione dell’ineffabile e dello stupore religioso come nucleo dell’esperienza umana. Attivista per i diritti civili e pensatore profondo, ci propone di ripartire da ciò che rende specificamente umano il nostro modo di abitare il mondo. Non è la sola capacità di calcolo o di organizzazione a definire l’uomo, ma l’eccedenza di senso che si manifesta nello stupore, nella domanda, nella responsabilità. Scrive Heschel: «Ciò che caratterizza l’uomo non è soltanto la sua capacità di elaborare parole e simboli». Ciò che rende tale l’essere umano è l’idea che l’umanità sia consapevolezza. Consapevolezza anche di ciò che non riesce pienamente a esprimere. In questa consapevolezza dell’ineffabile, dell’invisibile che si apre al cuore, si nasconde lo spazio della libertà e della relazione.

Abraham Joshua Heschel

Oggi, le nostre vite sono sempre più profilate e composte da dati, modelli statistici, categorie.

Tuttavia, l’esperienza concreta di ciascuno non si lascia esaurire in una somma di informazioni: restano il silenzio, il dubbio, la vulnerabilità, l’imprevedibilità dell’incontro. Resta la relazione. È in questi interstizi che si gioca ancora oggi la domanda su chi siamo e su che cosa vogliamo diventare, più che su ciò che siamo in grado di produrre.

Il tempo non è solo una variabile da ottimizzare

Il tempo è il luogo in cui la persona si assume responsabilità: verso altri, verso il futuro, verso ciò che considera degno di fedeltà. La tecnologia tende ad accelerare e frammentare questo tempo; la sfida è trasformarlo nuovamente in occasione di promessa, cura, memoria. Se la macchina può sostituirci in molti compiti, non può però farsi carico al nostro posto del significato delle nostre scelte.

In questo orizzonte la relazione non è un accessorio dell’umano, ma il suo tratto distintivo. Essere uomini e donne significa esporsi all’altro, lasciarsi interrogare dal suo volto, riconoscere che il nostro io non basta a se stesso. È proprio il limite – ciò che non controlliamo, ciò che ci resiste – a rendere possibile la relazione. Anche la tecnologia, se vuole restare umana, deve essere pensata dentro questa grammatica del limite e del legame, non come pura estensione di potere.

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L’essere umano è il centro

La Fondazione Relazionésimo ETS nasce e opera esattamente su questo crinale. Mentre rischiamo di ridurre le persone a funzioni, ruoli, profili digitali, Relazionésimo mette al centro la relazione come dimensione costitutiva dell’umano: relazione tra generazioni, tra mondi professionali diversi, tra competenze tecnologiche e saperi umanistici, tra territori e comunità. L’obiettivo non è opporsi alla tecnica, ma accompagnare individui e organizzazioni a vivere l’innovazione senza perdere il filo dei legami che danno senso alle trasformazioni in corso.

Chiedersi “che cosa resta dell’uomo?” significa allora, per Relazionésimo, coltivare luoghi in cui le persone possano incontrarsi, pensare insieme, condividere domande più che soluzioni preconfezionate. È in queste trame di relazione – fragili ma reali – che la parola di Heschel continua a risuonare: ricordandoci che l’uomo non è solo, anche nell’era degli algoritmi, se sceglie di restare fedele alla propria vocazione a cercare, a rispondere, a prendersi cura.

È necessario, dunque, sapersi fare le giuste domande e decidere di investire insieme per dare vita a progetti economici capaci di rispondere alle reali esigenze dell’umano. Per questo Fondazione Relazionésimo ETS ha scelto di essere una fondazione di partecipazione, per una concreta condivisione e collaborazione tra più soggetti che credono nel valore e nella bellezza delle relazioni.

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