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Intelligenza Artificiale: la formazione che serve

Siamo di fronte a un'importante biforcazione che riguarda il futuro delle nuove generazioni e del nostro modello socioeconomico. Come sottolinea il Presidente del Comitato Scientifico di Relazionésimo, ci troviamo di fronte alla possibilità di avanzare, riconoscendo l'innata relazionalità dell'esistenza, oppure di retrocedere, cadendo in una spirale conflitto ed esclusione. Per l'Occidente, questo rappresenta una scelta di civiltà: accettare nuovamente che la libertà e il tema dell’ascolto intergenerazionale, costituiscano le basi per superare le sfide emergenti poste dall’Intelligenza Artificiale generativa. Partendo dall'investimento sulle nuove generazioni.
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C’è una grande assente nel dibattito sull’Intelligenza Artificiale. Parliamo del tema della formazione, della scuola, della ricerca: nessuna azione strategica appare all’orizzonte. Eppure, l’avanzata della digitalizzazione e dell’Intelligenza Artificiale generativa renderebbe urgente una scelta di campo ben precisa: scommettere sulla qualità umana delle persone come condizione per potere entrare nel futuro.

Osserva Mauro Magatti, sociologo e Presidente del Comitato Scientifico di Relazionésimo che per capire la posta in gioco è utile fare un passo indietro. Bisogna tornare al 1911, data ricorda Magatti della prima pubblicazione del celebre libro di Taylor L’organizzazione scientifica del lavoro: «un testo che rivoluzionò l’idea stessa di produzione industriale. Taylor proponeva infatti una idea completamente nuova del lavoro in fabbrica. Concependo l’intera catena produttiva come un sistema integrato — nel quale il nemico da combattere era l’esecuzione sbagliata di operazioni da parte dei singoli operai — Taylor intuì i vantaggi in termini di efficienza di una progettazione centralizzata della produzione. L’idea di Taylor — che pure provocò molte resistenze in quanto obbligava a eseguire procedure standardizzate, parcellizzate e ripetitive — riuscì ad affermarsi perché procurava vantaggi tanto agli imprenditori quanto agli operai: ai primi aumentando i profitti, ai secondo riducendo lo sforzo e alla fine determinando aumenti salariali. Tuttavia, le implicazioni superarono di gran lunga i cancelli dalle fabbriche: sui principi di Taylor venne poi concepita la catena di montaggio — immortalata da C. Chaplin in Tempi Moderni — che tendeva a creare un nuovo tipo d’uomo a cui si chiedeva di rinunciare alla propria autonomia e capacità di giudizio. Secondo molto autori, tra cui Zygmunt Bauman, precondizione per l’avvento dei totalitarismi degli anni 30».

Ci vollero vent’anni per arrivare, nel 1933, alla pubblicazione del libro di Elton Mayo, I problemi umani della civiltà industriale, fondatore della scuola delle risorse umane che ribaltava la concezione di Taylor. «Le tesi di Mayo – ricorda il Presidente del Comitato Scientifico di Relazionésimo – si basavano su studi che mostravano che la partecipazione attiva, aumentando la soddisfazione del lavoratore, migliorava la produttività. La ragione doveva essere cercata, secondo Mayo, nel fatto che la prestazione lavorativa è connessa al benessere psicologico dell’individuo, alle dinamiche di riconoscimento sociale e al senso di appartenenza a una comunità di lavoro. Sono le persone il vero «capitale» dell’impresa e per questo, anche in una prospettiva di tipo economico, è un errore sacrificare l’intelligenza dei lavoratori».

Un secolo dopo, il processo di digitalizzazione, riporta alla ribalta quella discussione. Mentre, però, Taylor e Mayo ragionavano di singola impresa, «oggi lo stesso tema si applica a livello di intere società: da un lato, c’è una visione neo-taylorista che si limita a esaltare la potenza di efficientamento delle nuove tecnologie nei diversi ambiti della nostra vita sociale: non solo nelle produzione di beni ma anche nella mobilità, nella sanità, nella scuola, nella ricerca, nella amministrazione. In tale prospettiva, il miglioramento dei risultati si ottiene attraverso la diffusione di protocolli semplificati e addestrando gli operatori/utenti a eseguire senza pensare, in modo da rendere l’intero processo più fluido. Quante volte, già oggi, siamo caldamente invitati — come lavoratori o consumatori — a seguire la procedura»?

Per questa strada, però, si finisce per impoverire la società, concentrare il potere, indebolire la democrazia. Come? Magatti è chiaro: «creando cittadini-produttori sempre più soli e isolati, incapaci di capire (e quindi criticare) quello che accade attorno. La via alternativa è quella che prevede di investire massicciamente e in maniera nuova sull’educazione e la formazione — continua e integrale — dei cittadini. Con l’obiettivo di sviluppare una intelligenza collettiva che, all’epoca digitale, oltre a permettere di contrastare le potenti tendenze verso forme concentrate e magari anche autoritarie di potere (magari con qualche capacità critica in più nei confronti delle fake news), sostiene e diffonde competenze, capacità, responsabilità autonome. Non si tratta di fare qualche piccolo aggiustamento: si tratta di lanciare un grande programma nazionale di riqualificazione di portata simile a quello che i nostri padri introdussero la scuola dell’obbligo.» L’alternativa è secca: o si investe per far crescere le persone — e con loro la comunità e le relazioni — o si finisce per ritrovarsi imprigionati in una spirale economicamente e politicamente regressiva.

Questa scelta, conclude Mauro Magatti, va fatta adesso, perché tra 5 o 10 anni sarà tardi. Ora, «se guardiamo l’Italia le cose non vanno per nulla bene. Pochi laureati, un esercito di drop out e neet (giovani che non studiano e non lavorano), scarsa integrazione scuola-impresa, investimenti inadeguati in ricerca e formazione continua. Mettere davvero la formazione al centro di ogni azione di governo sarebbe stato un segnale forte della volontà di un cambiamento vero. Chi non lo fa, dice già dove — dolosamente o colposamente — ci sta portando: verso un mondo impoverito, sottomesso e disuguale»

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