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La nostra urgenza: rigenerare le relazioni

Ugo Morelli
Psicologo, Comitato scientifico di Relazionésimo
Mettere l’uomo al centro significa creare reti sociali forti e resilienti, dove le relazioni sono valorizzate e il benessere collettivo è una priorità. In questo contesto, la transizione diventa un percorso condiviso, che promuove la collaborazione e il supporto reciproco fino a farsi tutt'uno con una visione ampia e profonda delle relazioni. Relazionésimo nasce proprio da questa esigenza. 
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Siamo a un punto di svolta e abbiamo una grande responsabilità: sapere e agire in base a ciò che sappiamo. La crisi climatica richiede una rivoluzione sociale, economica ed ecologica.

Al tempo stesso, un’altra rivoluzione, quella scientifica, ci offre conoscenze innovative su cosa significhi essere umani mostrando che la relazione forma l’individuo, il corpo regola l’apprendimento e il movimento del sistema motorio del cervello determina la nostra capacità di conoscere il mondo».

Chiediamoci, per un momento, di cosa viviamo. Una domanda, ancora una volta, di quelle che si fanno i bambini.  Sappiamo che l’uomo ha bisogno di ossigenare il sangue con la respirazione un certo numero di volte al minuto e, se non lo facesse, le conseguenze sarebbero particolarmente gravi.

È un fatto materiale che ci raggiunge immediatamente. Come specie, invece, non siamo molto attrezzati per considerare l’immateriale: bisogna perciò riflettere su questo problema, per noi più difficile da cogliere.

Cercare un senso

Siamo una specie da circa 200mila anni, probabilmente molto pochi rispetto all’evoluzione del genere Homo e, per certi aspetti, siamo ancora infanti simbolici; purtroppo, infanti che, nel frattempo, hanno costruito strumenti di autodistruzione particolarmente efficaci, ma comunque infanti anche per l’uso che facciamo naturalmente di quegli strumenti.

Allora facciamo un’analogia tra la respirazione come via di ossigenazione del nostro sangue e il significato come via per l’ossigenazione della nostra mente. Non viviamo senza significati, in quanto siamo esseri sensemaker che, attraverso questi, definiscono se stessi e si individuano.

La ricerca del significato è una connotazione distintiva della nostra specie, tanto è vero che, quando siamo di fronte a qualcosa che non comprendiamo o qualcuno ci dice qualcosa che ci turba particolarmente, siamo soliti chiedere che senso abbia e rimanere spiazzati. L’assenza di significato è uno dei problemi sufficientemente efficaci nella costruzione della nostra esperienza. La ricerca del significato e la sua struttura reggono le relazioni e la loro qualità.

La ricerca delle relazioni: siamo condividui

Possiamo avere almeno due accezioni della relazione. Una è quella che ce la fa concepire, come facciamo ordinariamente, come un’interazione fra due soggetti: Francesco, Ugo e la relazione, che è l’interazione tra loro due. Finora non abbiamo pensato alla relazione in altri termini.

Oggi, invece, lo sappiamo: la ricerca scientifica ha rovesciato il senso del processo, perché tra Ugo e Francesco c’è uno strato di identità comune di carattere corporeo che precede entrambi in quanto uomini e fa di loro due non degli individui, ma dei condividui.

Da un po’ di tempo, Francesco Remotti ha ridefinito il concetto di individuo, dicendo che dobbiamo togliere il privativo “in”. Siamo dei condividui, non individui: non siamo indivisibili, perché per fare una mente ce ne vogliono almeno due, fin dalla primissima infanzia e fin dalla fase prenatale.

La relazione è l’istanza costitutiva dell’individuazione, non viceversa. Quando siamo con i nostri allievi e i nostri bambini, con i nostri partecipanti ai processi educativi, il campo relazionale ci precede, è lì prima di noi, e si tratta semplicemente di riconoscerlo, cercando di fare in modo che quel campo relazionale sia fecondo. Per esserlo, deve essere riconosciuto.

Dobbiamo partire dai vincoli e dalle possibilità che ci propone quel campo relazionale, dalle vie che ci mette a disposizione. Abitiamo uno spazio “noi centrico”, quello spazio che ci dimostra che è un paradosso concepire un io senza un noi. Per ragioni che sono legate ai processi empatici e per le caratteristiche distintive del nostro sistema cerebrale; per il fatto che, fin dalla fase prenatale, definiamo noi stessi nell’interazione con un’altra mente, che è la mente della madre, e, attraverso quella mente, nell’interazione con il mondo.

 

Una versione estesa di questo articolo, con il titolo Sfidare il conformismo con il pensiero creativo, è apparsa su “Sviluppo & organizzazione”, n. 314 (gennaio-febbraio 2024).

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