Diplomatico di lungo corso, già ambasciatore in Giappone, Emirati Arabi e Russia, Giorgio Starace ha affrontato una tema cruciale: come si bilancia l’imperativo etico e strategico delle sanzioni verso la Russia con la tutela del tessuto produttivo italiano? Settori come la meccanica, il lusso e l’agroalimentare hanno perso mercati costruiti in decenni di lenta tessitura diplomatica.

Negli incontri organizzati dalla Fondazione Relazionésimo ETS si è insistito sulla via italiana alle relazioni economiche internazionali. L’Italia non è una potenza militare di primo rango, ma ha un capitale diplomatico e relazionale specifico. Una tradizione – da Moro a Andreotti, dalla mediazione nei Balcani alla presenza strutturata nel Mediterraneo – che rimane ancora spendibile se reinterpretata come capacità di facilitare, non di mediare in senso formale. Creare il tavolo, le regole, il linguaggio comune. Non risolvere il conflitto, ma costruire le condizioni perché la risoluzione sia possibile.

Giorgio Starace ha rappresentato l’Italia a Mosca dal 2021 al 2024, nel triennio cruciale che ha visto l’escalation della crisi fino all’invasione del febbraio 2022 e i tre anni di conflitto che ne sono seguiti. Le tre tappe venete hanno confermato un interesse crescente: non per la nostalgia della diplomazia tradizionale, ma per la ricerca concreta di come ridefinire la stabilità in un mondo che si sta riassettando secondo logiche che nessuno controlla davvero. Con gli studenti del corso di Macroeconomia dell’Università di Verona – Hub di Vicenza, in collaborazione con la Fondazione Studi Universitari di Vicenza, il discorso ha preso una forma ancora più diretta. La generazione di economisti e manager che sta emergendo vive una contraddizione reale: ha imparato che la globalizzazione produce interdipendenza, e l’interdipendenza porta la pace (il doux commerce di Montesquieu, la tradizione liberale, il pensiero sociale cattolico). Poi ha visto la globalizzazione non impedire la guerra, l’interdipendenza energetica usata come ricatto, le filiere spezzate dalla geopolitica. La conversazione ha offerto una risposta: i modelli non sono sbagliati, ma sono entrati in crisi. La sfida è comprenderla, non negarla.

Il pubblico che ha affollato gli incontri di Conegliano e Caldogno ha mostrato uno spiccato interesse per una domanda che Starace ha lasciato aperta: a quali condizioni la pace difficile diventa pace possibile? Cosa dovremmo vedere accadere nei prossimi due, cinque anni per dire che ci stiamo muovendo nella direzione giusta? Come può l’Italia contribuire con un’azione che non sia solo difesa degli interessi, ma anche promozione di valori?
I tre appuntamenti hanno messo in luce una tesi poco visibile nel dibattito pubblico italiano: le imprese stesse possono essere attori di pace, non come esecutrici di politica indiretta, ma come istituzioni autonome.


