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«Se siamo naturalmente relazionali, come possiamo essere indifferenti?»

L'ultimo libro di Ugo Morelli, studioso di scienze cognitive e membro del Comitato Scientifico di Relazionésimo, affronta una questione cruciale per il nostro tempo: come uscire dalla spirale di indifferenza e rancore che sta disorientando i giovani e pregiudicando il futuro del Pianeta
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«Se siamo naturalmente relazionali, come possiamo essere indifferenti?». Per natura, spiega Ugo Morelli, psicologo, studioso di scienze cognitive e membro del Comitato Scientifico di Relazionésimo,  l’individuo è un essere intersoggettivo e relazionale.

«L’io esiste perché esiste l’altro. Siamo nati per sentire ciò che l’altro sente, facendoci spazio tra il detto e il non detto», osserva Morelli che ha da poco dato alle stampe un libro importante: Indifferenza. Crisi di legame sociale, nuove solitudini e possibilità creative, edito da Castelvecchi.

Siamo esseri votati alla relazione.Eppure nei nostri legami sociali c’è una crepa profonda dove si insinua l’indifferenza, una delle questioni più impegnative del nostro tempo. È possibile pensare a un io senza un noi? Possiamo davvero favorire l’indifferenza, a discapito della relazione? No, non possiamo. Non possiamo perché la nostra natura è relazionale. Spiega ancora Morelli che «l’empatia è parte integrante del nostro essere», ma la crisi globale che, dal 2008, ininterrottamente scuote il nostro mondo, ha preparato un terreno di coltura adatto all’indifferenza e alla scorretta comprensione della nostra natura relazionale.

L’’indifferenza, in questo contesto di crisi, si afferma come «una sospensione della capacità di cogliere le relazioni e di vivere la risonanza con gli altri. «L’indifferenza è una sospensione della disponibilità e capacità di conoscere». Possiamo pensare all’indifferenza come a uno stagno. L’indifferenza è il ristagno della vita. Gli indifferenti, spiega ancora Morelli, sono infine «figure umbratili di individui soli o di aggregati che sembrano gruppi che si aggirano negli spazi delle nostre vite. A loro fa difetto l’appartenenza, la progettualità e l’innovazione».

Proprio questa matrice anti-generativa e anti-creativa dell’indifferenza ci deve spingere su un terreno diverso. Un terreno che ci permetta di comprendere come alimentare e sviluppare  spazi e possibilità generative e creative. Come? Attraverso un nuovo umanesimo capace di cogliere le sfide del nostro tempo, da quelle tecnologiche a quelle politiche, da quelle economiche a quelle organizzative. Un umanesimo basato sulla relazione.

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