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«Liberare la bellezza»: le nuove sfide del Made in Italy

Guido Zovico
Tessitore sociale
L’orgoglio di possedere il Made in Italy, oltre che essere sinonimo di prestigio deve tornare ad essere un vantaggio: un utile concreto e un obiettivo di benessere condiviso che si realizza solo nella dimensione della "communitas" intelligente, sapiente e creativa.
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La Giornata nazionale del Made in Italy, che per la prima volta si è celebrata lo scorso 15 aprile per iniziativa dell’omonimo Ministero, dev’essere considerata come occasione generativa di un processo economico, culturale e sociale che ha lo scopo di ritrovare e rilanciare uno spirito collettivo attorno a un titolo che è molto di più di un brand, conosciuto e apprezzato in tutto il pianeta, che certifica l’origine, la qualità e lo stile di un bene prodotto nel bel Paese.

Si tratta, per usare una metafora, di «liberare la bellezza» che sta nel dna di noi italiani, un dna che si è tramandato ed evoluto nel corso dei secoli. Perché liberare la bellezza? Perché si ha la sensazione che si stia smarrendo la continua ricerca estetica della vita e di ciò che ruota attorno ad essa.

Le nostre bellezze sono, per esempio, percepibili nelle opere d’arte, in monumentali edifici o costruzioni urbanistiche e paesaggistiche ispirate dall’eleganza per essere, ancor oggi, meraviglia. Allo stesso tempo, sono frutto di una scienza capace di creare soluzioni tecnologiche sostenibili nel tempo. Per fare un paragone, possiamo confrontare un ponte storico, edificato secoli fa e ancora oggi strutturalmente ed esteticamente funzionale, con opere più recenti costruite con criteri funzionali e risultati stilistici diametralmente opposti.

Il Made in Italy, quindi, prima di essere un bene prodotto è un cromosoma nutrito di un impercettibile intreccio di intelligenza, sapienza e creatività che lega il saper pensare al saper fare. A guidare questo processo è la ricerca della bellezza, dell’armonia e dell’equilibrio come ben espresso recentemente dalla mostra “La proporzione aurea” realizzata da Relazionésimo in Basilica Palladiana a Vicenza.

Questi concetti a tutti ben noti e periodicamente rispolverati in consessi e occasioni nei quali risaltare ed esaltare la spiccata “italianità” nella moda, nel design, nell’artigianato, nella cucina e così via, sono fondati su una relazione tridimensionale tra la cura, la passione e il rispetto.

La cura esplicita l’aver a cuore ciò che si fa e nell’insegnarlo (tramandarlo) alle generazioni successive.

La passione è indice di desiderio per ciò che si fa e si realizza nella ricerca della bellezza etica, ovvero la bellezza vissuta attivando i 5 sensi.

Il rispetto è, infine, il fondamento per un continuo miglioramento del testo e del contesto, ovvero di ciò che si realizza in simbiosi con il luogo-territorio-pianeta che ci accoglie.

Si tratta, in fin dei conti, di riempire di senso la parola “economia” che, nella sua accezione originaria, ci ricorda essere buona “amministrazione e cura della casa” e non lucro, speculazione e finanza.

Non si tratta di demonizzare il sistema economico contemporaneo ma di renderci conto che quando si vuole agire per la sostenibilità si deve, più che inseguire bollini e attestazioni, impegnarsi a onorare la “nostra” foriera attitudine al cosiddetto Made in Italy.

Ecco, quindi, che la “Giornata” che da qui in avanti caratterizzerà ogni 15 aprile, dovrà fungere da stimolo per adottare l’approccio della cura, alimentare il sapore della passione ed esprimere il sentimento del rispetto in ogni contesto sociale: nei processi educativi, nella vita delle imprese, nella conduzione delle istituzioni e nella quotidianità delle nostre relazioni sociali.

L’orgoglio di possedere il Made in Italy, oltre che essere sinonimo di prestigio deve tornare ad essere un vantaggio, un utile concreto e un obiettivo di benessere condiviso che si realizza solo nella dimensione della communitas intelligente, sapiente e creativa. A ricordarcelo è l’uomo vitruviano, scelto come simbolo di questa giornata che auspichiamo, per il bene del nostro Paese, non sia solo di facciata.

Articolo apparso sul Giornale di Vicenza il 23 aprile 2024

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